Il Cancro come Figlio Incompreso

 

Il Cancro quale “Figlio Incompreso”
(tra Psicanalisi e Biopsicologia) 

 

 

Il titolo di questo articolo è probabile appaia a molti, soprattutto se medici, come una forzatura interpretativa e nient’altro che suggestiva del processo canceroso, tesa magari a  negare la pericolosità della malattia e a mettere in secondo piano la posizione e le terapie della scienza oncologica. Ma non è così. Queste considerazioni sono solo uno dei tanti spunti per colmare un vuoto ancora presente per una piena comprensione di perché si forma e cosa esprime  un cancro o di cosa necessita la terapia oltre a quanto ci garantiscono le cure mediche di cui possiamo fruire.

Come sempre il tentativo è quello di smussare antiche dicotomie (psichico/somatico, materialistico/spiritualistico, deterministico/finalistico, umanistico/scientifico….) ancora ben presenti nel panorama culturale e applicativo riguardante la salute.

L’approccio psicanalitico

Nell’ambito psicanalitico fin dagli esordi si è sviluppata una lettura dei sintomi e della malattia di tipo simbolico, attribuendo a entrambi il valore di significanti di aspetti psichici fondamentalmente inconsci. Buona parte di chi si è espresso in tal senso, anche riguardo al cancro, ha mantenuto una chiave interpretativa di tipo freudiano: il sintomo e la malattia rappresentano un desiderio, una fantasia inconscia di tipo infantile, talora impregnata di onnipotenza e aspetti narcisistici ( ben evidente nella autoriproduzione caotica della cellula neoplastica) , altre volte edipici, come ha esaustivamente riassunto Francesco Milani in “Storie di psico-oncologia” (2010). Il potere distruttivo dell’animale preistorico annidato nel profondo resta comunque presente ( vedi foto).

Non a caso Franco Fornari, ( 1921-1985), lo psicoanalista italiano più conosciuto e tradotto all’estero, nel suo “affetti e cancro” era arrivato a connotare il tumore come un figlio, parricida o matricida. Questo all’interno della sua teoria coinemica secondo cui  l’ inconscio è strutturato come un codice affettivo, non tanto come luogo pulsionale (secondo la lezione freudiana più ortodossa) ma come una matrice originaria composta da una batteria di (pochi) significati primi, comuni all’ umano, filogeneticamente determinati, detti coinemi.

L’approccio Biopsicologico

Se questi significati originari o codici simbolici noi li andiamo a leggere sul piano delle manifestazioni materiali e biologiche che si sono strutturate fin dall’origine ( uno dei assunti e compiti della Biopsicologia), noi troviamo delle corrispondenze fenomenologiche ben precise. Il linguaggio degli eventi psichici e di quelli biologici è totalmente analogico. Le strutture anatomiche e le loro manifestazioni possono considerarsi archetipi biologici corrispondenti agli archetipi pulsionali e primordiali della natura e della relazione tra i suoi abitanti. Per fare un esempio: quanto per noi è necessario garantirci sul piano delle sicurezze affettive o ci può rendere realizzati nel “possederlo” è equivalente ad una preda od un boccone sul piano simbolico e diventa analogico, sul piano organico, a quanto è di competenza del sistema digerente. Come quel che riguarda il cibo l’oggetto va “agguantato, scomposto, analizzato conosciuto” nei suoi vari aspetti ( vedi l’analogia con le attività enzimatiche di stomaco, pancreas, fegato), dobbiamo poi selezionarne le parti davvero compatibili per noi e nutritive, assimilare quest’ultime ( intestino tenue) liberandoci di quel che non ci serve o addirittura può lederci o intossicare la nostra esistenza ( colon e retto).

Gli aspetti inevitabilmente conflittuali della relazione ( che sono stati fondamentali nello sviluppo filogenetico di forme più evolute e differenziate sia di tipo anatomico che affettivo), si manifestano parallelamente ora nel linguaggio dell’espressione emozionale e dell’ideazione, ora su quello biologico, attraverso segni ed espressioni ben familiari. Sul piano metaforico basti pensare in questo caso a quel che ” mi è stato tolto dalla bocca”,“ mi è andato di traverso”, “non mi è andato giù”, ”mi è rimasto sullo stomaco”, “mi rode il fegato”, “mi fa torcere le budella”, “me l’ha messo nel sedere” e così via. Noi abbiamo oggi evidenze puntuali di quanto la localizzazione della disfunzione e delle lesioni sul piano anatomico si correli  fedelmente a vissuti emozionali traumatici relativi a specifiche funzioni, comuni ai vari tratti del sistema digerente come a bisogni o diritti fondamentali di tipo affettivo o relazionale.

Anche nelle manifestazioni organiche risuonano poi, costantemente, dinamiche primordiali come quel che è connesso a costruzione e distruzione, Eros e Thanatos, continuità e cambiamento.

Sul piano delle corrispondenze tra istanze psichiche e strutture biologiche diventano allora preziosi gli sviluppi del lavoro Reichiano, vedi tra tutti “ biopatia del cancro”, che però vedono ancora quest’ultimo solo  come contrazione plasmatica dei tessuti dovuta ad una stasi di una pulsione sessuale non ancora sufficientemente definita.

Oltremodo fondamentali  tutte le letture ed evidenze sul linguaggio simbolico psico-somatico, ossia sulla coincidenza analogica e funzionale appunto tra 

manifestazioni biologiche e quelle psichiche ,a cominciare da  quanto Jung aveva tracciato nella metafora dello spettro elettromagnetico.

Alcuni contenuti dell’inconscio (Archetipi) si esprimono simbolicamente attraverso la psiche (intuizioni, sogni, ansie, fobie) o in alternativa attraverso segni o disturbi somatici. In una chiave di lettura che privilegia una priorità delle conflittualità emozionali, affettive e culturali sugli altri fattori ambientali noi possiamo ricavare che quel che non viene compreso e realizzato attraverso manifestazioni e contenuti psichici di tipo cognitivo ed emozionale (ultravioletto)  ritorna nell’infrarosso delle manifestazioni e delle strutture corporee.

Nascita, Morte ed evoluzione sul piano biopsicologico

Per non entrare qui nei dettagli delle corrispondenze tra eventi conflittuali e programmi biologici (Hamer, Sabath), che hanno spiegato nel dettaglio la correlazione puntuale tra vissuti emozionali e manifestazioni organiche corrispondenti, a noi basta qui ribadire come i 2 elementi fondamentali delle dinamiche energetiche (l’espansione e la contrazione), che si manifestano sul piano emozionale e fenomenologico all’origine della sopravvivenza come comportamenti di lotta/fuga, si esprimano in modo perfettamente analogo sul piano biologico come proliferazione incontrollata di cellule da un lato o la perdita di sostanza dall’altro, sotto forma insomma di tumore o di ulcera.

La nascita e la morte cellulare sono i fenomeni primari di espressione del corretto funzionamento e dell’evoluzione degli organismi viventi quanto lo sviluppo emozionale e la creatività mentale lo sono rispetto ad una loro “stasi” o alienazione sul piano psichico.

E guardiamo allora questi fenomeni come si evolvono all’origine della costruzione di un nuovo organismo vivente, fin dal suo concepimento. All’inizio la prima cellula, appena fecondata, si divide a ritmo frenetico formando un ammasso indifferenziato di cellule, la morula. Al suo interno inizia poi una disgregazione di cellule che danno origine ad una sfera parzialmente cava (blastula). Alla quarta, quinta settimana dopo la fecondazione e  l’annidamento inizia poi ad agire qualcosa che inizia ad organizzare linee cellulari differenziate ( ectoderma, mesoderma, endoderma) da cui si svilupperanno organi differenti accomunati, per ognuno dei 3 foglietti, a funzioni globali differenti: dall’ectoderma origineranno l’ epidermide, la parte recettoriale degli organi di senso ed il sistema nervoso, dal mesoderma tutti i tessuti connettivi, ossa, muscoli e cellule del sangue compresi, dall’endoderma gli organi specializzati nelle funzioni vitali dell’organismo ( polmone, fegato, le parti secretive ed assorbenti del tubo digerente ecc.). Ad ognuna di queste corrisponde un ambito specifico sul piano psichico: la percezione e l’elaborazione psichica della nostra soggettività e individualità (l’IO) per il primo; la capacità di sostenersi, muoversi ed esprimersi per il secondo; la possibilità di assimilare i dati e le esperienze di quel che ci circonda, di trasformarli e di rifiutarne i contenuti incompatibili il terzo.

 

Dalla formazione della notocorda, del tubo neurale e dei somiti, se tutto procede bene, le cellule dei tre foglietti si orientano, si differenziano sempre più e si organizzano tra loro fino a formare un feto prima ed un neonato poi che funzioneranno perfettamente e che continueranno a farlo per garantire un organismo in  grado di  trasformarsi ed evolvere, un organismo unico e irripetibile, nella sua forma e nella sua dimensione storica ed esistenziale.

Ma per garantire la distribuzione evolutiva ottimale di tale creazione, fin dall’inizio una gran parte di cellule deve “suicidarsi” ( apoptosi programmata) per far posto a quelle che espleteranno al meglio quella struttura e quella funzione. La morte di parti di se stessi, diventate ostacolo alla propria evoluzione, è parte necessaria di ogni processo creativo e di individuazione, sia sul piano biologico che su quello psichico, pulsionale, relazionale e spirituale.

Meccanismi di morte cellulare

Proprio il blocco dell’apoptosi, insieme al prevalere del metabolismo anaerobico, è uno dei fenomeni chiave dello sviluppo neoplastico. In altre parole: quando l’informazione evolutiva fa il suo corso, da uno stato di indifferenziazione e di con/fusione, ognuno diventa progressivamente “se stesso”: una cellula o una persona particolare, che gode e sta bene in se stessa e trova la sua funzione in mezzo agli altri. Quando qualcosa di fondamentale si inceppa, quando una delle potenzialità del nostro “essere” ( per qualcuno “della nostra anima”) è pesantemente compromessa, il tentativo estremo che si esprime, ovviamente sul piano comportamentale o su quello cellulare, visto che quello psichico non lo riconosce,  è iniziare di nuovo il processo, con la potenza e la caoticità  prevaricante iniziale. 

Non ci addentriamo in questa sede sui possibili  analogici di alcuni processi generali del cancro come quelli di alterazione di certe classi linfocitarie (soprattutto i Natural-Killer), di attivazione o disattivazione del controllo di origine epigenetica, di espressione di marcatori recettoriali, oncogenetici e oncosoppressori quali indici di predisposizione, rischio o risposta alle terapie.

In ognuna di queste manifestazioni è possibile rintracciare l’espressione di una informazione, sul piano molecolare e biochimico, di un processo comportamentale e quindi di valore psichico equivalente.

Per queste nostre riflessioni la cosa più rilevante di quanto scoperto da Hamer e  sviluppato da chi ha approfondito la decodifica biologica della “malattia” (Sabbah, Fleche, Athias, Brebion, Frèchet e altri) è aver verificato come la natura ha in sé la capacità di ricostruire quel che è stato sensatamente distrutto come risposta ad un evento conflittuale o eliminare, necrotizzandolo, quel che è stata una risposta proliferativa di un tessuto. I tessuti più antichi (di origine endodermica) e quelli più recenti (ectodermica), dal punto di vista filogenetico, si comportano in maniera opposta nelle fasi di conflitto e di soluzione di conflitto.

Tentando un legittimo confronto, le nostre terapie oncologiche sono ben attrezzate per distruggere, oggi sempre più selettivamente,le cellule tumorali; molta strada c’è ancora da fare per uno stimolo ed un sostegno alla ri-generazione di cellule differenziate e funzionali per i vari tessuti. L’ulteriore sviluppo dell’epigenetica e del ruolo delle staminali può far sperare in ulteriori “miracoli” anche su questo punto.

Il figlio incompreso

Quel che una terapia comunque basata su una somministrazione  di farmaci, radiazioni, cellule sane o benedizioni altrui non potrà mai realizzare è la possibilità di sviluppare e realizzare il significato, l’affetto interrotto, l’archetipo  e la sua consapevolezza. La conduzione di un percorso di sviluppo della persona, di decodifica di quel che si è sensatamente espresso nel tessuto o nella sua trasformazione, può essere non solo un complemento alle terapie mediche, tanto meno una “alternativa” ulteriormente dicotomizzante, ma una responsabilità ben precisa che una medicina integrata si deve porre.

Il cancro è una neoformazione, ossia nuova vita ( significante) che non riceve quell’informazione necessaria ( significato) per differenziarsi e garantire il portare a termine una funzione essenziale, una potenzialità intrinseca di noi stessi. Comprendere tali necessità e potenzialità, realizzarle sul piano emozionale ed eventualmente su quello delle scelte, è la vera cura del cancro, come di ogni altra malattia. Il cancro è un figlio, concepito e annidato, a cui viene a mancare quella informazione, quella comprensione di qualcosa che potevamo risolvere o portare a termine in base ad un programma iniziato fin dal nostro concepimento.  Quando riusciamo a “concepirci” diversi da come siamo stati sinora, quando cominciamo a cambiare, a reagire in modo diverso, a portare a termine quel che per noi è giusto e possibile, il cancro non ha più energia per continuare a crescere o ad ulcerare. L’apoptosi controllata delle sue cellule allora riparte. Solo in caso contrario il figlio diventa parricida o matricida. La morte stessa di ognuno di noi può essere un evento traumatico e “inaccettabile” o un sereno e programmato modo di abbandonare la materia. Quel che Franco Fornari non poteva considerare negli anni ’70 è la quantità di conoscenze che abbiamo oggi per comprendere ogni singola espressione simbolica dei vari tumori e la quantità di strumenti concreti per liberare la contrazione energetica o, alla peggio, per andarcene più sereni e consapevoli. Oggi su questo piano il cancro andrebbe inteso meglio come “un figlio incompreso”.

 La “malignità” metastatica non esiste di per sé stessa, è solo l’espressione di una cascata di eventi traumatici dovuti alla mancata percezione e comprensione , al mancato rispetto di bisogni fondamentali. E’ quel non riuscire a lasciar andare parti ormai inutili del nostro “esser stati”, la mancata “decodifica” di quanto ci occorre oggi rispetto a come eravamo ieri. Quando l’inconscio, incarnato nell’organo, emerge e si trasforma in sentito e in atto, quelle parti di noi che non vedevamo o venivano negate le possiamo iniziare a vivere, coccolarle come un bimbo, lasciarle fare come un adolescente e, come questi, si svilupperanno, diventeranno grandi e… faranno la loro vita. 

                                                                                                                                                                                              Marco Rivieri

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